Pallavicini22

Giuliano Babini,
Giovanna Galli,
Paolo Racagni

ASSONANZE E DISSONANZE MUSIVE

Galleria Studio Cenacchi di Jacopo Cenacchi
Via Santo Stefano 63 - 40125 Bologna

dal 21 al 30 ottobre 2025

La mostra

Martedì 21 ottobre 2025 alle ore 19:00, presso la Galleria Studio Cenacchi in Via Santo Stefano 63 a Bologna, si inaugura la mostra “Assonanze e dissonanze musive” inserita nel calendario della IX edizione BIENNALE DI MOSAICO CONTEMPORANEO (18 ottobre 2025 – 18 gennaio 2026).

L’esposizione di Giuliano Babini, Giovanna Galli, Paolo Racagni, a cura di Sandro Malossini, rimarrà allestita fino a giovedì 30 ottobre e sarà aperta al pubblico da martedì a sabato dalle 16.30 alle 19.30. Ingresso libero.

La mostra è parte di un progetto dedicato al mosaico contemporaneo di matrice ravennate, allestito presso diverse gallerie, con l’intento di creare un percorso attraverso le differenti cifre stilistiche. 

Le Opere

Tessere di senso: assonanze e dissonanze del contemporaneo

di Marianna Alfano

Nella nostra società contemporanea, dominata da un capitalismo vorace e performativo, l’arte e la bellezza rischiano – come un funambolo sul filo del rasoio – di perdere la loro funzione critica, simbolica e, soprattutto, umana. Ridotta a merce e inglobata nelle logiche di mercato, l’arte smarrisce progressivamente la sua capacità di interrogare, commuovere, destabilizzare. Non si tratta soltanto di una crisi dell’ispirazione individuale, ma di un contesto culturale che impoverisce il senso stesso della creazione artistica, trasformando l’autenticità in performance e l’emozione in consumo. Il giudizio estetico, infatti, non è mai neutro: è modellato da una cultura dominante che forma (e spesso deforma) il gusto collettivo. Un caso emblematico è quello della Gioconda, oggi ridotta a pura attrazione turistica, sfondo per un selfie, privata della sua aura originaria. Dell’opera enigmatica che Leonardo realizzò per Francesco I resta solo un simulacro, icona globalizzata svuotata di tempo e profondità. Basti pensare alle analisi di Walter Benjamin sulla crisi dell’arte con l’emergere della riproducibilità; al saggio del 1966 di Jean Baudrillard, Le complot de l’art, denuncia dello scandalo dell’arte contemporanea; o ancora all’avanzata dell’insignificanza descritta da Cornelius Castoriadis.
Ma allora, ci si chiede: l’arte può ancora sottrarsi a tutto questo? Può tornare a essere urgenza, attrito, presenza viva? E, più nello specifico: può il mosaico – tecnica antica, fatta di frammenti, pazienza, materia – opporsi alla logica della velocità e dell’appiattimento visivo? Può ancora parlare, con la sua voce spezzata ma resiliente, a un pubblico assuefatto al digitale e omologato dal globale?
Forse sì.
Forse proprio nel mosaico, con la sua natura concreta, lenta, fatta di frammenti che si uniscono, si nasconde la possibilità di un’altra esperienza estetica: non più solo da guardare, ma da abitare. Ed è proprio nell’assonanza – quella somiglianza armonica di grazia, forme e colori – e nella dissonanza – accostamento disarmonico e discordante – che i tre linguaggi musivi presenti in mostra cercano di risvegliare, nello spettatore, note e stonature della società e dell’animo umano. È quel che accade quando l’ispirazione attraversa l’artista: è in quell’istante che nasce la capacità di donare un’emozione forte e di donarsi in modo autentico. È solo nell’autenticità che le corde dell’anima si accordano alle tessere dell’opera, dando forma a narrazioni di armonia: della composizione, delle forme, dei colori. Questo è quanto ritroviamo nelle opere di Giovanna Galli: la dimensione delle tessere, gli accostamenti cromatici, l’armonia e la grazia che danzano insieme conducono lo spettatore verso una sorta di incanto, verso una dimensione quasi sacrale – come nella musica di un Requiem. Seguire il ritmo degli accostamenti significa intraprendere un viaggio estetico che si trasforma, progressivamente, in un viaggio dell’anima.
Un viaggio lento, silenzioso, che molti di noi non sanno più compiere, risucchiati come siamo nel vortice della frenesia. Eppure, è proprio di questo che abbiamo bisogno: di un tempo altro, di uno spazio che ci riconnetta al mondo e a noi stessi. Le opere di Galli, la sua ricerca, la sua sensibilità e riflessione, mirano esattamente a questo.
Tuttavia, l’umano è abitato anche da paure ataviche, impulsi inconsci, visioni mostruose – tracce mnestiche che riaffiorano e scalpitano. Questo è ciò che emerge dalle opere di Giuliano Babini: teste di animali reali e fantastici, note acute, dissonanti, disturbanti, che evocano un mondo primitivo, mitologico, talvolta distopico. I titoli delle sue opere sono un gioco linguistico, ora mitico ora storico, che si intreccia con le tessere e con la struttura stessa della composizione.
I livelli di lettura sono molteplici, così come la loro profondità. I suoi lavori ingannano: sembrano ludici, ironici, quasi leggeri. Appena li si osserva, affiora un sorriso. Ma è solo l’inizio.  Sono come le bugie che ci raccontiamo, o come quel bisogno di leggerezza che pervade la nostra società: attraente in superficie, ma colmo di tensioni nascoste. Se ci si sofferma, accade qualcosa: le immagini si insinuano nel pensiero, sollevano interrogativi, generano inquietudine.
E così conducono, talvolta con forza quasi dolorosa, a una presa di coscienza – sul mondo, su noi stessi, sulla fragilità della realtà che abbiamo costruito.
Le opere di Paolo Racagni sembrano bussare al tempo. Il suo lavoro richiama inevitabilmente le teorie di Henri Bergson, secondo cui il tempo può essere concepito in due modi distinti: da un lato, il tempo della scienza – misurabile, lineare, oggettivo; dall’altro, il tempo della coscienza – interiore, qualitativo, soggettivo. Racagni si muove in equilibrio tra questi due poli. Le sue opere sono finestre temporali, stratificazioni che appaiono certe, misurabili, storiche.
Ma non si esauriscono nel dato oggettivo. In esse si percepisce un altro tempo, più profondo: quello della coscienza dell’artista. I suoi pensieri, le sue memorie, un’intensità emotiva che affiora tra pieni e vuoti, tra la densità delle tessere e la vertigine dello spazio. Le sue composizioni evocano quasi una formula alchemica: Solve et Coagula.
Usa materia concreta – malta, marmo, smalto, vetro, tela – ma spesso sembra dissolverla, trasfigurarla, lasciando emergere qualcosa di immateriale. Il suo sguardo, sempre attento alla complessità del presente, evoca anche l’antico. Ne nasce una riflessione doppia: collettiva e personale, razionale e sensibile, in cui ogni opera si fa luogo di ascolto del tempo e dello sguardo.
Il visitatore, non mero spettatore, è chiamato a rompere le catene dell’arte come prodotto, a oltrepassare il dato estetico e concettuale, per abbracciare il ritmo lento e sapiente del mosaico.
Tra assonanze e dissonanze, antico e contemporaneo, queste tre voci artistiche ci invitano a un dialogo profondo, a una riscoperta dell’autenticità e del senso.
“Il vero viaggio non è verso nuovi luoghi, ma verso nuovi modi di vedere,” ci ricorda Gaston Bachelard. Che queste opere siano allora l’inizio di un viaggio interiore, un risveglio capace di trasformare non solo il nostro rapporto con l’arte, ma anche il nostro modo di abitare noi stessi e il mondo.
La domanda resta aperta, e ci riguarda tutti: avremo il coraggio di lasciarci frammentare, per poi ricomporci in un senso nuovo?

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