Pallavicini22

Marco De Luca

LE PALE DI SAN MARTINO

Torrione denominato LA POLVERIERA
Stradello Eva Tea- Largo Giustiniano a Ravenna

dal 9 al 24 maggio 2026

L’Esposizione

“È molto più necessario che si aprano qua e là dei pozzi di luce.” Christian Bobin

Tre stele: Le Pale di San Martino (2020). Questa l’architettura musiva di Marco De Luca. Tre cime, sintesi dolomitica, sono testimoni dell’incanto dell’artista davanti al sublime di questo tratto alpino antico milioni di anni e colto nell’attimo del tramonto, eterno ritorno quotidiano del precipitare del giorno nel suo darsi l’addio, abbracciando il corpo immenso della montagna, erotica della luce su una massa aperta di declivî e crepacci e vertici, sedimentata poi nella memoria di un uomo, nel tempo dunque minuto e individuale, filtrato dai raggi dell’iride alle pieghe delle mani, sapienti sue nel tagliare e condurre a casa, tessera dopo tessera, andamento per andamento, ogni smalto o soffio di marmo emergente dalla parete petrosa del fondo.

Ciascun elemento è disposto a sua volta all’interno di micro-campi quadrangolari, mai eguali, e composti da toni che spaziano dai grigi delle estremità laterali – a riprendere il supporto – alle terre ocra più scure alla base, via via chiarificate dalla giunta di virgole celesti e soprattutto dalle molte declinazioni dei rosa preziosi (usati secoli addietro per i visi di santi antichi bizantini), qui prevalenti e volti a restituire l’eco cromatica della dolòmia, la carne viva della roccia che si illumina grazie alla malìa degli inserti di oro più fitti all’apice, sostanza segreta di queste strutture, pioggia ascendente che attende ogni goccia dell’altra luce, quella della stella solare.

Di altezze e sagomature differenti, due antecedenti, l’ultima a colmare l’orizzonte, le tre Pale ricordano certa fascinazione espressa da Shaftesbury nei suoi Saggi morali: “Persino le aspre rupi, gli antri muscosi, le caverne irregolari e le cascate ineguali, adorne di tutte le grazie della selvatichezza, mi appaiono tanto più affascinanti perché rappresentano più schiettamente la natura e sono avvolte da una magnificenza che supera di gran lunga le ridicole contraffazioni dei giardini principeschi.”

I sogni di De Luca nascono dalla natura, trasfigurata in altro, in alto, in meditazione. E pare di percepire, avvicinandosi a queste tre dita terrestri eppure sacre, come quelle della benedizione ortodossa, melodie inattese, i cori dell’Ars poetica di Mansurian, il miracolo dell’Officium di Garbarek e The Hilliard Ensemble, suoni che salgono incessanti continui, note (non solo) umane e strumentali che si inseguono come le tessere e ripiegano e si rialzano, nascendo da un altrove dove sanno ricondurre chi le ascolti e le senta proprie, come chi, rapito, si perda fra i colori delle vette di De Luca.

Luca Maggio, Critico d’Arte

L'Opera

L’artista

Con la pittura mi accorsi di avere dei processi ripetitivi, così recuperai l’uso del mosaico perché con esso ho ritrovato il “tempo.”

Nato a Medicina (BO) nel 1949, De Luca si è diplomato presso l’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico di Ravenna. Nel 1969 ha ottenuto a Milano il primo Premio internazionale studentesco INA-Touring per la pittura. Nel 1973 si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. In questi anni ha collaborato stabilmente con il laboratorio “Il Mosaico” di Carlo Signorini a Ravenna, dove ha avuto l’opportunità di lavorare con grandi artisti come Mušič, Dorazio e Turcato. Dopo numerosi successi nel campo della pittura, alla fine degli anni ’70 ha ripreso il mosaico, che ha scelto come suo mezzo espressivo principale. Nel suo percorso artistico, il linguaggio musivo si fonde con la scultura e la pittura.

A partire dagli anni ottanta, il suo approccio innovativo alla tecnica del mosaico si è manifestato nell’abbandono totale del cartone, rompendo così con la tradizione musiva ravennate. Dalla fine degli anni ’70 al 2002, è stato docente di discipline pittoriche all’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini e ha tenuto il workshop sul mosaico all’Accademia di Belle Arti di Ravenna.

Oltre ai suoi progetti personali, di design e alle collaborazioni con altri artisti come Arnaldo Pomodoro, De Luca si è impegnato anche al restauro dei mosaici antichi della Domus dei Tappeti di Pietra. Le sue opere sono esposte in vari musei, collezioni private e istituzioni in Italia e all’estero.

Cit. https://www.ravennacittadelmosaico.it/luoghi/marco-de-luca/

Inaugurazione della Polveriera dopo il restauro

Il torrione “del Crocifisso” detto anche “La polveriera”

Il torrione “del Crocifisso” detto anche “La polveriera” pare sia stato costruito negli anni 1495-’96 dal podestà Andrea Zancan al tempo della dominazione veneziana di Ravenna. Lo scopo del governo della Serenissima era quello di restaurare e rinforzare il sistema difensivo delle mura tardoantiche e dei suoi punti più strategici caratterizzati dai torrioni. Siamo nel contesto nord-ovest della cinta, vicino al complesso della basilica di San Vitale.

In seguito alla sanguinosa battaglia di Ravenna del 1512 le mura della città furono notevolmente danneggiate. Negli anni 1550 – 1556 il cardinale legato Girolamo Capodiferro, in qualità di governatore pontificio, decise un nuovo progetto di ripristino dell’intero perimetro della medesima cinta muraria. Secondo alcuni studiosi, tale torrione fu realizzato o rifatto durante questo complesso progetto di restauro.

Dalle fonti storiche il torrione viene chiamato “del Crocifisso” per la sua vicinanza con la chiesa del SS. Crocifisso, edificata nel 1608 e demolita nel 1786. Nel 1841 tale struttura difensiva fu trasformata in deposito militare per resistere alle artiglierie e quindi denominata “La polveriera”.

Il torrione, edificato in laterizio, è di impianto circolare. In origine presentava due piani: allo stato attuale quello inferiore è interrato.

 

Bibliografia essenziale:

–      S. Bernicoli, Le Torri della Città e del territorio di Ravenna, Ravenna 1923, p. 58;

–      P. Novara, Le fortificazioni rinascimentali, in M. Mauro, Mura, porte e torri di Ravenna, Ravenna 2000, pp. 151-165;

–      P. Fabbri, L’età antica e medievale, in Le mura nella storia urbana di Ravenna, a cura di P. Fabbri, Ravenna 2004, p. 90.

 

Filippo Trere, Storico dell’Arte

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